SANTA LUCIA A VALENCIA: UNA LUCE MEDITERRANEA CHE ARRIVA DALLA SICILIA

Le città del Mediterraneo hanno una straordinaria e luminosa anima comune, così può accadere di passeggiare per Valencia e di scoprire angoli nascosti di Siracusa. Questo mi succede tutte le volte che, finita una visita guidata, mi perdo nelle linee barocche della mia città, nelle edicole votive e nelle statue dei santi che si affacciano dai portoni delle chiese. Ogni giorno scopro nuovi ed affascinanti elementi in comune tra queste due città che, pur lontane, condividono storie di fede, tradizioni popolari e devozioni comuni.
In questo articolo, insieme al mio caro collega Fausto, guida turistica della Sicilia ed esperto di arte sacra, voglio raccontarvi come viene festeggiata Santa Lucia dai valenciani, una devozione antica che affonda le radici al XIII secolo e che porta con sé tutta la luce di Siracusa.
Cominciamo da Valencia:
Ci sono luoghi a Valencia che non cercano attenzione, non competono con i grandi monumenti, non si impongono allo sguardo, non hanno bisogno di spiegarsi subito. Restano lì, silenziosi, come se sapessero che qualcuno, prima o poi, si fermerà a guardarli con calma.
La chiesetta di Santa Lucía e Santa Águeda (Sant’ Agata), nel quartiere storico di Velluters, è uno di questi luoghi. A pochi passi dalla Cattedrale ma con una storia propria e discreta, custodisce una devozione antica che si inserisce pienamente nel carattere mediterraneo della città.

Una devozione che viaggia per mare
La devozione a Santa Lucia a Valencia è attestata fin dal Medioevo, in un periodo in cui la città faceva parte di quel grande spazio politico e marittimo che era la Corona d’Aragona. Dal 1282, con l’ingresso del Regno di Sicilia nell’orbita aragonese, territori come Valencia e Siracusa condividono rotte commerciali, scambi culturali e una spiritualità mediterranea comune.
In questo contesto si diffonde il culto di Santa Lucia – martire di Siracusa del 304 d.C., tradizionalmente invocata come protettrice della vista e simbolo della luce – non come devozione solenne, ma come presenza vicina, quotidiana, legata alla vita reale delle persone.
Una chiesa di quartiere e una devozione organizzata
La chiesa di Santa Lucía e Santa Águeda nasce come spazio di culto urbano nel quartiere di Velluters, pertanto è di dimensioni contenute, ma è profondamente legata alla vita e alla spiritualità della comunità che l’ha edificata. Non si tratta di un quartiere qualsiasi. Velluters è stato per secoli uno dei cuori produttivi di Valencia: un quartiere di artigiani della seta, tessitori di velluto, piccoli commercianti e botteghe dove il lavoro si faceva con le mani e con gli occhi.
Qui il rumore quotidiano non era quello delle campane, ma quello dei telai, delle stoffe che scorrevano, delle giornate lunghe passate a cucire, intrecciare, rifinire. In un luogo così, la devozione a Santa Lucia – protettrice della vista – assumeva un significato concreto e immediato.
La chiesa era parte di questo tessuto umano: uno spazio vicino, accessibile, dove fermarsi, accendere una candela e tornare al lavoro. Una devozione nata dentro la vita del quartiere, non sopra di essa. Come accadeva spesso in questi contesti, attorno alla chiesa si sviluppò una devozione organizzata di carattere confraternale.

Parole dette a bassa voce: Santa Lucia nella vita quotidiana
A Valencia, la devozione a Santa Lucia non è mai stata solo liturgica. È stata, ed è ancora, una devozione parlata, domestica, trasmessa soprattutto da madri e nonne.
Per generazioni si è ripetuta una semplice invocazione, più vicina a un gesto che a una preghiera:
«Per Santa Llúcia, que no em falte la vista».
Per Santa Lucia, che non mi manchi la vista.
Una frase detta a bassa voce, spesso accendendo una candela, affidando alla santa qualcosa di essenziale: la capacità di vedere, lavorare, leggere, vivere.
Accanto a questa invocazione, la tradizione popolare valenciana conserva anche un proverbio legato al ciclo dell’anno e alla luce:
«Per Santa Llúcia, el dia allarga un pas de puça».
Per Santa Lucia, il giorno si allunga di un passo.
Anche se il solstizio d’inverno arriva qualche giorno dopo, nel sentire comune Santa Lucia segna il momento in cui la luce comincia a tornare.
L’edificio e il suo interno
Dal punto di vista architettonico, la chiesa presenta caratteristiche semplici ma significative: una navata unica, con rimaneggiamenti tra il XV e il XVIII secolo. Il retablo maggiore è dedicato a Santa Lucia, così come una delle due campane principali nella torre campanaria della facciata, dedicate alle sante titolari. Altre opere pittoriche sono attribuite a Gaspar de la Huerta ed Evaristo Muñoz.

L’Archivio storico
All’interno della chiesa si conserva anche un Archivio Storico di grande valore, con documenti, pergamene e privilegi legati alla Cofradía de Santa Lucía y Santa Águeda (Confraternita di Santa Lucia e Sant’Agata), fondamentali per ricostruire la storia religiosa e sociale dell’ermita e del quartiere di Velluters.
Santa Lucia oggi: una festa che continua
La devozione a Santa Lucia non appartiene solo al passato. Ancora oggi, il quartiere di Velluters continua a riconoscersi in questa celebrazione, che unisce musica, strada e comunità.
La vigilia del 12 dicembre, la tradizionale Tabalà percorre le vie attorno all’ermita: dolçaina e tabalet (strumenti tradizionali valenciani) annunciano la festa con un ritmo antico, profondamente legato alla memoria collettiva.
Il 13 dicembre, giorno di Santa Lúcia, l’ermita apre le sue porte per le celebrazioni religiose. Non è una festa spettacolare, ma un momento vissuto, fatto di presenza, candele accese e continuità.
304 d.C.: un anno che unisce Sicilia e Valencia
Santa Lucia viene martirizzata nel 304 d.C., durante le persecuzioni dell’imperatore Diocleziano. Nello stesso anno, secondo la tradizione, muore anche San Vicenzo Martire, patrono di Valencia. Una coincidenza cronologica che non implica un legame diretto, ma che inserisce entrambe le figure nello stesso momento storico del Mediterraneo romano.
Se capiti a Valencia tra il 12 e il 13 dicembre, fai una deviazione nel quartiere di Velluters. Non per “vedere qualcosa”, ma per esserci. La sera del 12 dicembre, segui il suono della dolçaina. Il 13, entra nell’ermita, accendi una candela, fermati un attimo. Forse sentirai ancora una frase semplice, detta sottovoce: «Per Santa Llúcia, que no em falte la vista». È così che Valencia racconta Santa Lucia: senza clamore, ma con una luce che continua a tornare.
Lascio la parola a Fausto, che ci parlerà degli elementi in comune con la devozione siracusana e della doppia dedicazione della chiesetta di Velluters, che racconta un legame antico con la Sicilia e, in particolare, con Siracusa.
Grazie mille cara Paloma per questa nuova opportunità, per me è sempre emozionante parlare delle nostre due città e della nostra Santa Lucia.
Santa Lucia e Sant’Agata: una doppia intitolazione
La prima cosa che mi ha colpito di questa antica devozione valenciana per Santa Lucia e della piccola chiesa di Velluters, è la doppia dedicazione dell’ermita a Santa Lucia e Sant’Agata. Si tratta di due sante martiri siciliane (Santa Lucia di Siracusa e Sant’Agata di Catania), entrambe molto venerate nel Mediterraneo cristiano medievale, pertanto l’accostamento non dovrebbe sorprendere più di tanto. Il loro, infatti, è un legame antico e speciale: donne e martiri, sante e guerriere, simbolo di sacrificio e purezza di ideali. Agata e Lucia rappresentano due preziosi punti di riferimento per la religiosità della Sicilia orientale e per il Cristianesimo delle origini. Ma il loro accompagnarsi nell’arte e nella cultura popolare non è solo il frutto di un’associazione in termini valoriali, ma nasconde una radice più intima e profonda: il pellegrinaggio compiuto da Lucia alla tomba di Agata.

Un rapporto di “familiarità” scandito dai passi della giovane Lucia
Nel codice Papadopulo, il più antico documento che ci tramanda il martirio di Santa Lucia, risalente al V secolo d.C., la presenza di Lucia a Catania è così descritta:
«Lucia, nobile siracusana, e la madre Eutichia si recarono a pregare sul sepolcro di Agata, santa Illustre ed eroica testimone di Cristo che compiva miracoli. Eutichia, sofferente da quarant’anni di emorragie aveva consultato molti medici, senza mai guarire. Dopo la lettura del Vangelo e dei riti sacri, Lucia e la madre si raccolsero in preghiera; Lucia cadde in un sonno profondo e sognò Agata, la quale le chiese ‘Sorella mia Lucia, vergine di Cristo, non chiedere a me ciò che tu stessa puoi concedere. La tua fede ha giovato tua madre. Adesso ella è guarita’».

La devozione dei siracusani per sant’Agata
Alla luce di questo prezioso documento si comprende bene la devozione dei siracusani per la santa Patrona di Catania, non solo per la luminosa testimonianza di fede della giovane Agata, ma anche e, soprattutto, per il ruolo decisivo rivestito dalla Santa nell’esperienza personale di Lucia, come portavoce di Cristo. Il loro affetto è impresso nelle numerose opere che le ritraggono insieme, come nel bel Trittico della chiesa dei Cappuccini a Siracusa, così come nella storia dei luoghi che custodiscono la memoria del suo martirio. In corrispondenza del tempio ottagono, edificato nel XVII secolo dall’architetto Giovanni Vermexio, sul sito in cui Santa Lucia venne sepolta, esisteva un’antica chiesa dedicata a Sant’Agata. La chiesetta venne abbattuta nel 1629 per fare spazio al complesso monumentale che oggi rappresenta il lugo di culto più importante dedicato alla santa della luce.

Un modello iconografico condiviso: Santa Lucia tra Siracusa e Valencia
Un ulteriore elemento di riflessione è rappresentato dalla straordinaria similitudine iconografica tra il simulacro di Santa Lucia di Siracusa e la statua lignea venerata a Valencia. La postura, l’atteggiamento del corpo e l’espressione del volto sembrano rimandare a un modello iconografico condiviso, come se l’immagine della santa avesse attraversato il Mediterraneo insieme alle storie e alle devozioni. In questo dialogo silenzioso tra le due opere si riflette la circolazione di immagini, idee e culti che, nel corso dei secoli, hanno unito le sponde del mare, trasformando Santa Lucia in un simbolo riconoscibile e familiare tanto in Sicilia quanto nella città valenciana.
A Siracusa Lucia è raffigurata con un pugnale confitto in gola, con il braccio destro teso a mostrare la tazza su cui arde la fiamma e su cui si posano gli occhi, mentre con la mano sinistra regge delicatamente una palma. I suoi capelli sono raccolti in morbidi intrecci, il suo capo è cinto da una corona dai lunghi mergoli. Nell’opera realizzata dal palermitano Pietro Rizzo nel 1599, Lucia oppone la sua invincibile castità all’orrendo tentativo di stupro. La santa appare come una guerriera armata, una paladina della fede.
L’immagine settecentesca (1750) di Valencia, riprende in maniera quasi speculare la postura dell’effige siracusana. La statua a grandezza naturale presenta Santa Lucia come una fanciulla romana, dalle preziose vesti broccate. Nella mano destra stringe la palma del martirio e un ramoscello di gigli sbocciati, simbolo di verginità; nella sinistra mostra due occhi su un vassoio d’argento. La Santa è vestita con una tunica voluminosa ed è avvolta da un ampio mantello, mentre il volto è incorniciato da un’elegante aureola fiorita.

La devozione valenciana e quella siracusana a Santa Lucia mostrano come i culti non conoscano confini, ma viaggino insieme alle persone e alle loro storie. In questo dialogo tra le due città si riconosce una comune appartenenza mediterranea, fatta di fede, immagini e memoria.
